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Tagli alle Fondazioni culturali: una sfida alla memoria

Flavia Nardelli, segretario generale dell’Istituto Sturzo, uno dei cinque soci del Consorzio BAICR, giudica «insensato» il taglio ai 232 istituti culturali che «decapita la cultura e la memoria italiana e che condanna un modello virtuoso di rapporto tra il pubblico e il privato che ha aiutato a crescere la cultura italiana».

La Fondazione Istituto Gramsci e la Fondazione Lelio Basso con il nucleo più attivo dell’AICI (Associazione delle istituzioni di cultura italiane) stanno per diffondere un documento contro la decisione del governo di azzerare i fondi statali per le attività degli istituti e gli enti culturali italiani.

Il BAICR, anche come promotore della rete di istituti culturali Archivi del Novecento, non si rassegna all'ennesima sfida di chi vorrebbe cancellare la memoria.

Di seguito proponiamo come breve rassegna stampa due articoli apparsi domenica sulle pagine nazionali de Il Manifesto e de Il Messaggero.

Una mannaia sulla memoria
da Il Manifesto 30 maggio 2010, di Roberto Ciccarelli
Le Fondazioni Gramsci, Basso, Sturzo e Feltrinelli, il nucleo più attivo dell'Associazione delle istituzioni di cultura italiane (Aici), stanno preparando un documento da rendere pubblico entro poche ore che lanci un appello al mondo della cultura mondiale contro la decisione del governo di azzerare i fondi statali per le attività degli istituti e gli enti culturali italiani.
Flavia Nardelli, segretario generale dell'Istituto Sturzo, giudica «insensato» il taglio ai 232 istituti culturali che «decapita la cultura e la memoria italiana». Ma la cosa più grave, aggiunge, «è che mette un marchio d'infamia sul modello virtuoso più interessante di collaborazione tra pubblico e privato». L'articolo 7, comma 22 della manovra finanziaria stabilisce che lo Stato cesserà da subito «di concorrere al finanziamento degli enti, istituti, fondazioni e altri organismi».

Il 30 per cento della cifra risparmiata andrà inoltre a costituire un fondo destinato a finanziare attività di enti che ne facciano «documentata e motivata richiesta». Diversamente dalla cifra diffusa ieri, il fondo messo a disposizione nell'ultimo triennio per questi enti non sarebbe di venti, ma di circa sei milioni di euro.

A preoccupare sono le modalità improvvisate, come spesso accade nelle politiche governative che si occupano di formazione e conoscenza, con le quali negli ultimi tre giorni il provvedimento è stato definito. La diffusa impressione è che al ministero dell'Economia abbiano messo nel calderone misure molto diverse e non si siano resi conto che su provvedimenti di questo genere, di bassa rilevanza economica ma di alto impatto simbolico, possa esistere un consenso trasversale.

Nella tabella ministeriale stabilita per il prossimo triennio 2008-2011, i contributi statali sono un decimo rispetto al bilancio dello Sturzo, per altri il 20 per cento e per altri ancora è più rilevante. Nella maggioranza dei casi permette di avviare processi virtuosi attraverso i quali catalizzare nuovi fondi, mettendo a disposizione del pubblico servizi e archivi di cui lo Stato non si occupa più. «Si colpisce una realtà virtuosa - aggiunge Flavia Nardelli - facendola sembrare un mondo di mangiatori ad ufo. Questa immagine la rifiutiamo. Noi anzi dovremmo essere ringraziati per il lavoro che facciamo».

Non è solo la cifra complessiva a contare, ma il peso simbolico di una decisione presa con il piglio del contabile. Si tratta di un costo molto contenuto che però è altamente produttivo. Il provvedimento colpisce innanzitutto gli enti che si occupano della storia e delle culture politiche «forti» nel nostro paese, quelle del movimento operaio come la Fondazione Basso, la Fondazione Gramsci o Feltrinelli e quelle cattoliche dello Sturzo. Ancora più grave è l'indifferenza e la distrazione con le quali, per risparmiare una manciata di euro, si sacrifica un patrimonio culturale che fino ad oggi, a dispetto dei tagli che procedono ormai da un ventennio, ha trovato un modo per essere valorizzato.

Giuseppe Vacca, direttore del Gramsci, pensa che questo sia un attacco al modello no-profit adottato dalle fondazioni e dagli istituti di ricerca per finanziare la ricerca. «Non è una novità per le politiche della destra - afferma - questa è la sua idea del rapporto tra stato e società tra pubblico e privato, tra governare e appropriarsi di risorse pubbliche. Lo si è visto in Grecia, negli Stati Uniti con Bush. Oggi lo vediamo in Italia». «Siamo un pezzo indispensabile della ricerca, in parte della formazione altamente specializzata non sostituibile da altre istituzioni - aggiunge - Noi siamo un pezzo della internazionalizzazione della ricerca italiana largamente interconnessa con le ricerche internazionali».

Giacomo Marramao, direttore della Fondazione Basso, ha contattato personalmente 150 studiosi in tutto il mondo, liberali e conservatori, di destra e di sinistra, per sollevare lo scandalo.

Annuncia anche che scriverà una lettera a Tremonti denunciando la «miopia» dei tagli all'università e alla ricerca, come quelli alle fondazioni culturali. A suo avviso il governo è del tutto incapace di colpire le sacche di speculazione e di evasione fiscale, né di ricavare le cifre per rimettere in moto politiche sociali e di sostegno alla produzione.

«Scienza e sapere sono diventati da tempo la maggiore forza produttiva - afferma - dovrebbe saperlo Tremonti che conosce Marx. Questo è un governo che ha come imperativo categorico gli interessi di un uomo e della sua azienda che si sono impadroniti di un paese. Ma non hanno fatto i conti che siamo in una sfera pubblica europea e globale. Coinvolgeremo studiosi di tutto il mondo per difendere questo patrimonio».

Niente più contributi. Tra le “vittime” il Centro sperimentale cinematografico di Roma, il Festival dei due mondi di Spoleto e la fondazione del Premio Strega
La scure su cultura e ricerca, tagliati oltre 200 enti “inutili”
Non avranno più contributi. Appelli a Napolitano e proteste

Da Il Messaggero, 30 maggio 2010, di Emanuele Perugini  

ROMA - Sul mondo della ricerca e della cultura italiana cala la scure del governo. Oltre infatti ai tagli agli enti locali, la manovra finanziaria che ieri Silvio Berlusconi ha presentato al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (che «segue con viva apprensione l’evolversi della vicenda», ha fatto sapere in serata), contiene anche la soppressione di alcuni enti di ricerca e il taglio al finanziamento per 232 enti culturali, di cui la gran parte, ha la sua sede a Roma. L’elenco degli enti “inutili” a cui il governo ha deciso di sospendere i finanziamenti include il Centro Sperimentale Cinematografico di Roma, il Vittoriale, il Festival dei Due Mondi di Spoleto e centinaia di altre istituzioni che operano nel campo degli studi storici, religiosi e umanistici.
Protesta anche il ministro della cultura, Sandro Bondi che fa capire di essere stato tenuto all’uscuro della sostanza:«Condivido l’esigenza di una manovra che imponga sacrifici a tutti ma non sono d’accordo con i tagli indiscriminati alla cultura, specie se la lista degli istituti tagliati dal finanziamento pubblico contiene eccellenze italiane riconosciute nel mondo».
Una parte consistente degli interventi riguarda il settore della ricerca. Enti storici come l’ Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste (Ogs) , con 274 dipendenti e la Stazione Zoologica “A. Dohrn” con 150 addetti e il suo celebre acquario, saranno chiusi. L’Ogs finirà dentro il Consiglio Nazionale delle Ricerche, mentre la Stazione Zoologica sarà guidata direttamente dal Ministero dell’istruzione e della ricerca. L’altro importante ente di ricerca che verrà cancellato è l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), che ha la sua sede principale proprio a Roma. Anche l’Inaf verrà acquisito dal Cnr. Contro la decisione del governo si sono immediatamente mobilitati i ricercatori.

Il presidente dell’Inaf, Tommasso Maccacaro ha deciso di prendere carta e penna e di scrivere al Presidente Giorgio Napoletano per scongiurare la chiusura del suo ente. Con lui ieri è sceso in campo tutto il consiglio scientifico dell’Inaf che ieri ha inviato una lettera al Ministro Mariastella Gelmini. «L’INAF occupa una posizione di assoluto rilievo nella ricerca sia a livello nazionale che a livello internazionale - si legge nel documento - degli 86 ricercatori Italiani che ISI-Thompson riporta tra i più citati al mondo, 13 operano nel settore delle Scienze Spaziali e sono ricercatori dell’Inaf o ad esso associati. Ci sfugge come si possa giovare al Paese sopprimendo l’Istituto che ha consentito questi successi». Anche L’Isae (Istituto di studi e analisi economica con oltre 100 dipendenti) è in stato di agitazione già da qualche giorno e numerose sono le iniziative di protesta contro la manovra che lo vorrebbe assorbito per una parte dal Ministero dell’Economia e per l’altra da altri istituti di ricerca. Un altro ente finito nella ‘black list’ della manovra è l’Ense (Ente Nazionale delle Sementi Elette) che rivendica un bilancio in attivo e l’indipendenza finanziaria dallo Stato: la scelta del governo - spiega il presidente, Astolfo Zoina - «è irrazionale».

Nel secondo allegato della manovra c’è poi il lungo elenco degli enti e degli istituti culturali ai quali il governo ha deciso di tagliare del tutto le risorse economiche. L’elenco è lunghissimo. In tutto sono 232 istituzioni sparse su tutto il territorio nazionale. Scorrendo l’elenco spiccano i nomi di alcuni istituti prestigiosi come il Centro sperimentale di Cinematografia (Roma), il Centro di Ricerche aerospaziali di Capua, l’Associazione dei Cavalieri dell’Ordine di Malta, la Società Geografica Italiana, la fondazione del Teatro Petruzzelli di Bari, la l’Istituto per la ricerca Navale di Roma, il Vittoriale, e anche il Festival dei Due Mondi di Spoleto e la Fondazione che gestisce il Premio Strega.

Il grido d’allarme più forte viene dagli istituti che vivono completamente del contributo statale, come il Centro sperimentale di cinematografia e la Cineteca nazionale. Il taglio, spiega il presidente Francesco Alberoni che lancia un appello al premier, «significa smettere di insegnare e produrre cinema e soprattutto di conservarlo, buttando a mare migliaia di titoli che hanno fatto la storia del cinema italiano». E il direttore del Centro Marcello Foti, annuncia che se non ci sarà un passo indietro il mondo del cinema è pronto alla mobilitazione per difendere la sua memoria. Al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si appella anche la Fondazione Rossini di Pesaro. «Speriamo che al momento di firmare il decreto - dice il presidente Oriano Giovannelli - si accorga che ci siamo anche noi, lui ci conosce e ci stima da anni». A serio rischio anche il Museo storico della liberazione di Via Tasso a Roma, «è una forma di ottusità amministrativa», ha detto il presidente Antonio Parisella, che ritiene «deprecabile la scelta politica di tagliare sulla ricerca e sulla cultura, cosa che non avviene negli altri paesi europei». Nell’elenco anche l’Eti, la cui soppressione «comporta la cancellazione di una componente fondamentale del sistema dello spettacolo dal vivo in Italia», che ha 28 dipendenti pubblici e 144 lavoratori con contratto di natura privatistica tra Roma, Firenze e Bologna, spiega l’Ente teatrale italiano.

Fondazioni, musei e archivi colpo di scure sulla cultura
da La Repubblica, 29 maggio 2010 di Simonetta Fiori

ROMA - La scure della manovra economica s' abbatte sull' intero tessuto culturale italiano. L' elenco degli enti che non riceveranno più i fondi del governo include gli istituti più importanti, blasoni delle diverse geografie politicoculturali, dalla Fondazione Einaudi a quella Gramsci, dalla Feltrinelli alla Ugo Spirito, dalla Cini all' Istituto Croce, dal Centro Gobetti allo Sturzo, dall' Istituto storico per il movimento di Liberazione al Gabinetto Vieusseux e alla fondazione Olivetti. Milioni di volumi, chilometri di documenti d' archivio, anche un vasto patrimonio museale che rischia di bruciarsi per mancanza di fondi. Alla vigilia del centocinquantesimo compleanno dell' Italia, un' intera tradizione culturale viene decapitata. «Siamo privati della nostra carta d' identità nazionale», sintetizza Franco Salvatori, presidente dell' associazione che rappresenta larga parte degli enti azzerati. «E tutto questo per risparmiare non più di venti milioni di euro: più o meno questa la cifra con cui il governo finanziava i duecentotrentadue istituti liquidati». In un primo tempo era circolata una "short list" delle fondazioni colpite dalla manovra, poco più di settanta, in cui comparivano anche istituzioni importanti come l' Istituto di studi filosofici di Napoli, ma il danno sembrava limitato. In un secondo momento è stata diffusa una seconda lista molto più lunga, che include il Gotha della cultura italiana nelle sue varie discipline, la Società dantesca e la Domus mazziniana, l' Accademia nazionale di San Luca e l' Accademia Olimpica, e un lungo elenco di istituti ora sull' orlo del fallimento. «Noi rischiamo di chiudere», dice Gianni Perona, direttore scientifico dell' Istituto nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia. «I finanziamenti ministeriali costituiscono il pilastro che regge il funzionamento ordinario. A causa della crisi, le fondazioni bancarie sono diventate meno generose». L' allarme investe molte altre sigle, anche luoghi della memoria di grande valenza simbolica come il museo di via Tasso a Roma, o centri come quello Sperimentale di Cinematografia. «Quei fondi», spiega Lucia Zannino, segretaria della Fondazione Bassoe dell' Associazione degli Istituti Culturali, «costituiscono l' ossigeno per la gestione ordinaria. In gioco non è soltanto la vita culturale delle società, ma un patrimonio librario e archivistico di straordinario valore». Un azzeramento che appare demagogico, non giustificato dalle risorse risparmiate. «Forse vogliono giocarsi la carta delle duecentotrenta sigle, per fare un po' di scena», suggerisce il professor Salvatori, presidente della Società Geografica Italiana, anch' essa a rischio. «Si sacrifica la storia culturale nazionale per nulla. A meno che non vi sia una volontà punitiva». Quel che colpisce è il passaggio delle competenze dal ministero dei Beni Culturali al ministero dell' Economia e alla presidenza del Consiglio. Un articolo del decreto stabilisce che il 30% delle risorse ricavate potrà essere elargito a quegli istituti che ne facciano "documentata" richiesta. Tuttavia chi decide quali istituti salvare e quali affossare non è più Sandro Bondi, ma Tremonti e Berlusconi. Gli studiosi mostrano perplessità. «Cosa c' entrano il ministro delle Finanze e il premier con valutazioni di merito sugli istituti culturali?», si domanda Perona. «Non era mai accaduto finora».