banner
HomeIl progettoLe istituzioni in reteIl software GeaGli archivi‘900 LabContatti e crediti


Accedi alla base dati
Galleria di immagini
Letture tematiche
Accedi alla base dati

Gli oppositori della legge

Le sinistre

Nel caso delle sinistre l’opposizione al progetto governativo di riforma della legge elettorale derivava dalla convinzione che attraverso di esso la Democrazia Cristiana avrebbe puntato ad assicurarsi una posizione di maggioranza tale da sovvertire a proprio vantaggio l’equilibrio della giovane e ancora non attuata Costituzione Repubblicana. La legge - si disse - sarebbe stata una “truffa” ai danni dell’opinione pubblica e dell’elettorato poiché, manomettendo l’espressione della volontà popolare e l’esercizio uguale del diritto elettorale, avrebbe arrecato un colpo alle fondamenta stesse della democrazia basata sul sistema rappresentativo. La modifica avrebbe contraddetto la scelta, compiuta negli anni della collaborazione antifascista, di assicurare la formazione di un Parlamento che rispecchiasse attraverso la proporzionale la volontà popolare, rappresentando equamente ogni suo orientamento.

Il nuovo sistema, scriveva Luzzatto in un articolo pubblicato su “Mondo Operaio” nel novembre del 1952, si sarebbe tradotto nella formazione di una maggioranza fittizia, che non esisteva realmente nel Paese, avvicinandosi negli esiti a quelli previsti dalla legge Acerbo voluta nel 1923 da Mussolini. Rispetto a quest’ultima, inoltre, quella presentata da De Gasperi prevedeva “l’ipocrisia e la corruzione degli apparentamenti” al fine di garantire la possibilità di trasferire i voti dall’una all’altra lista, confondendo le carte dello schieramento politico e rendendo impossibile per l’elettore verificare l’esito della propria votazione.

Nella propaganda contro la legge “truffa” i socialisti e i comunisti puntavano a dichiarare il progetto incostituzionale, chiamando in causa i tempi di presentazione e di approvazione richiesti ed imposti dal Governo. Convinzione del PSI era che canone democratico fosse la stabilità del sistema elettorale, la cui modifica non poteva essere giustificata se non in seguito ad eventi nuovi e maturati nel tempo, sempre nel rispetto dei limiti fissati dalla carta fondamentale. La proposta presentata dal governo, al contrario, sarebbe stata indotta da motivi contingenti e in più determinati dagli esiti delle vicine esperienze elettorali conclusesi in sede amministrativa e regionale. Era chiaro, dunque, che compito delle sinistre era quello di battersi affinché la legge non venisse approvata o, nel caso contrario, di impedire che la coalizione di centro raggiungesse il quorum necessario per far scattare il premio di maggioranza.Nella circolare inviata dalla sezione stampa e propaganda del PSI in data 18 maggio 1953 alle Federazioni e per conoscenza ai Comitati e alla Giunte Regionali si ribadiva che la propaganda doveva puntare a far comprendere ai cittadini come, attraverso la legge, la DC aggravasse la divisione del Paese, preparasse il colpo di Stato reazionario, l’abbandono della democrazia, il totalitarismo, in funzione di una politica di asservimento dell'Italia e di guerra.





 
L’atteggiamento assunto dal PCI nei confronti della riforma elettorale, invece, se da un lato consentiva di recuperare alcuni temi distintivi della propaganda delle opposizioni, dall’altro permetteva di sottolineare alcune differenze di accento interne al gruppo dirigente comunista sulle modalità e sul significato della battaglia contro la “legge truffa”. La critica alla linea morbida seguita dai gruppi parlamentari durante lo svolgimento della discussione alla Camera - critica avanzata dalla sinistra “secchiana” in occasione della riunione della Direzione del 4 dicembre 1952 - trovava nell’intervento di difesa di Amendola un elemento di bilanciamento delle posizioni. I gruppi parlamentari - si legge nelle parole del relatore - combattono, ma per sperare di sconfiggere il piano democristiano è necessario puntare alla conquista del Paese. Gli strumenti di una simile politica venivano allora individuati in primo luogo nella mobilitazione delle forze economiche, attraverso iniziative che coinvolgessero direttamente i sindacati, in secondo luogo nel sostegno ai piccoli gruppi dissidenti dell’area laica, infine nello sforzo di differenziare i motivi della opposizione di sinistra da quelli delle destre, favorendo accordi solo tecnici e lasciando che le due azioni corressero parallele ma distinte. Fu Togliatti, nella riunione della Direzione del 12 febbraio 1953, a precisare la linea sulla quale tutto il partito doveva convergere: insistere sui problemi ed i limiti della politica governativa ed avviare un’azione di propaganda incentrata sui temi della forma dello stato e della sua organizzazione
L’attacco alla Democrazia Cristiana doveva essere mosso a partire dalla denuncia dell’asservimento allo straniero - naturalmente gli Stati Uniti - della tutela delle classi privilegiate, della costituzione di governi contrari alla libertà, della corruzione della classe politica. Questo programma trovava una sua immediata traduzione nella preparazione della campagna elettorale: il PCI doveva essere in grado di mobilitare la propria base popolare utilizzando slogan legati alle condizioni di vita e, attraverso un potenziamento dell’apparato organizzativo, favorire la costituzione di un fronte il più largo possibile di forze accomunate dall’opposizione al rafforzamento elettorale della DC.